Gli Eremi della Majella

[Scheda tecnica]


Sant'Onofrio al Morrone

Quante volte, percorrendo di prima mattina il raccordo stradale che congiunge la A25 con Sulmona, l'occhio ancora assonnato osserva curioso la lunga, brulla, bastionata del Morrone scorrere via oltre i finestrini; è una montagna aspra, irta di rocce terrose e punteggiata di poveri arbusti, appena mitigata - in alto, verso la sommità - da sfuggenti distese prative.

Eremo di Sant'Onofrio al Morrone

Un primo singolare manufatto attira l'attenzione, appena si è in prossimità di Pratola Peligna: è il castello-recinto di Roccacasale, che domina solitario ed austero, adagiato lungo i fianchi riarsi del monte, le poche case del paese. Più in là, muovendo verso Sulmona, una presenza meno vistosa, umile, quasi nascosta fra le rocce, come un'emanazione, una protuberanza naturale della montagna stessa, fa capolino sulla valle: è l'eremo Celestiniano di Sant'Onofrio al Morrone, appollaiato da secoli sopra un possente pilastro di rocce calcaree grigio-giallastre che si eleva dalle antiche rovine del santuario romano di Ercole Curino. Raggiungerlo non è affatto difficile, basta svoltare per Badia Morronese, passare accanto alla grande abbazia e poi inerpicarsi per una stretta stradina fino al piazzale nei pressi delle rovine romane.

Dal piazzale si prosegue a piedi (ma solo per pochi minuti !) lungo una comoda scalinata che si fa strada verso l'alto fra terrazzamenti, dirupi e canalini altrimenti inavvicinabili; la salita, per quanto breve, è piacevole per la presenza di profumata macchia mediterranea: ginestra, cisto rosso, timo, alloro e molto altro. In breve si è all'ingresso del romitorio: silenzio e discrezione sono d'obbligo !

Affreschi nell'oratorio

L'edificio fu fatto costruire da Celestino V verso la fine del 1200, il santo vi dimorò per circa un anno, dopo aver lasciato il più selvaggio e solitario eremo di San Giovanni all'Orfento. Fu qui che i legati pontifici vennero ad annunziargli l'elezione a pontefice. Dopo il rifiuto al papato Celestino vi fece ritorno restandovi però pochissimo tempo. Si suppone che, prima della costruzione dell'edificio principale, l'eremita abbia dimorato nella grotta sottostante ed in alcune cavità sovrastanti. L'eremo fu pesantemente cannoneggiato durante la seconda guerra mondiale e fu ricostruito nel dopoguerra.

Si entra nell'edificio attraversando un breve loggiato, e poi un piccolo piazzale con bella vista sulla conca Peligna, si raggiunge subito la parte più antica dell'eremo: l'oratorio ornato con affreschi del duecento e le cellette ove dimorarono Celestino ed il Beato Roberto da Salle; proseguendo oltre si attraversano gli ambienti più "recenti", compreso il panoramico refettorio affacciato sulla valle; dal punto più alto si può accedere ad un balconcino, collocato sul fianco destro dell'eremo (dalla parte opposta a quella dell'ingresso) che offre una veduta mozzafiato sui vertiginosi precipizi sui quali è aggrappato l'edificio, uno sguardo verso l'alto ci permette di valutare la fiera asprezza di questa montagna: dimenticando per un attimo il panorama ormai antropizzato che giace ai nostri piedi, giù nella valle, possiamo intuire quale potente sensazione di isolamento potesse suggerire questo luogo, riarso dal sole in estate, spazzato dalla neve e dai venti in inverno e come il carattere estremo, indomabile, sovrumano di questa natura potesse suggerire spontaneamente quel senso di sacralità che gli eremiti erano pronti a riconoscere.

Busto del Cristo nella grotta di Celestino

Questo sarà un pò il filo conduttore di questo nostro viaggio nelle presenze eremitiche sulla Majella: difficilmente vedremo sorgere questi eremi in luoghi banali, ma sempre in corrispondenza di ambienti naturali davvero grandiosi, violenti nel loro manifestarsi agli occhi dell'uomo come qualcosa di completamente antitetico al paesaggio dell'abitudine, della quotidianità. Così saranno spesso, come vedremo, i boschi impenetrabili e oscuri, i corsi d'acqua vergine, i valloni incassati e le rocce precipiti ad offire all'uomo del passato la possibilità si sviluppare maggiormente il proprio senso religioso. Proseguiamo la visita scendendo ad un secondo loggiato, con bella vista sul Monte Genzana ed i valloni che salgono dalla Valle del Gizio.

Tornati al porticato d'ingresso riprendiamo le scale per scendere alla grotta sottostante l'edificio: nell'ambiente umido e oscuro si osservano i segni degli strofinamenti rituali dei fedeli sulle pareti e gli artifici atti a raccogliere le acque percolanti dalle pareti di roccia, cui si attribuiscono proprietà terapeutiche; nei pressi dell'ingresso è visibile un suggestivo busto del Cristo, interamente ricoperto di graffiti lasciati dai fedeli, come segno rituale. Qui si può considerare conclusa la visita, ovviamente, tornando al piazzale, si possono anche visitare i resti del santuario di Ercole Curino.

San bartolomeio in Legio


San Bartolomeo in Legio

L'eremo di San Bartolomeo, così come il successivo complesso di Santo Spirito, si raggiunge da Roccamorice seguendo le indicazioni e la vecchia (e stretta) strada che sale a Fonte Tettone e alla Majelletta, lasciato a sinistra il bivio per Passo Lanciano si parcheggia nei pressi di un ristorante raggiunto da una strada bianca; una stradina sulla sinistra si inoltra nel Piano delle Felci, che palesemente prende il nome dalla pianta che qui abbonda, l'occhi attento scorgerà, in lontananza, imerrsi fra le macchie, alcuni insediamenti pastorali a tholos, caratteristici di questa zona.

Nei pressi di una croce si svolta ancora a sinistra, dirigendosi decisamente verso l'orlo di un incassato vallone che qui appena si intuisce. Il sentiero inizia a scendere, sempre con una certa comodità a dispetto dell'ambiente che si fa selvaggio, il fianco del vallone è caratterizzato da possenti stratificazioni rocciose: l'eremo sorge proprio in una cavità compresa da due enormi piattaforme calcaree: vi si accede attraverso una scaletta scavata nella viva roccia, che attraversa un "pertuso" anch'esso ricavato nel calcare oltre il quale sia ccede ad una sinuosa balconata: l'ingresso è di fronte, sormontato da un antico e ormai quasi illeggibile affresco. Si sa che l'eremo fu edificato probabilmente dopo il 1250 da Celestino, che qui si era trasferito provenendo dal vicino Santo Spirito, la relativa facilità di accesso dai villaggi limitrofi costrinse il Santo a spostarsi dopo pochi anni nella vicina valle dell'Orfento.

L'altare con la statua lignea del Santo

L'eremo è dedicato a San Bartolomeo, apostolo ucciso in Oriente e oggetto di un sentito culto in Abruzzo nel Lazio (si potrebbero citare numerose località dell'Appennino che derivano il nome dal Santo, così come la chiesa prinicipale della Certosa di Trisulti a Collepardo); la diffusione del culto è dovuta molto probabilmente al fatto che il Santo viene considerato protettore dei macellai e di coloro che hanno a che fare con la lavorazione della carne e delle pelli, poichè, secondo la tradizione "occidentale", fu scuoiato vivo dai pagani: viene infatti raffigurato con la propria pelle "a tracolla" ed il coltello in mano (un esempio celebre di questa iconografia si può trovare nel Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistina a Roma).

La parte "aperta" dell'eremo è caratterizzata da una ingegnosa opera di canalizzazione atta a raccogliere le acque di stillicidio, entrando nell'edificio ci si trova subito nella piccola cappella caratterizzata dall'altare con la statua del Santo: si tratta di una statua lignea dalle fattezze squisitamente popolari, ingenua ma al tempo stesso suggestiva. Sul lato sinistro, ai piedi della parete, è una vaschetta per la raccolta dell'acqua ipogea cui vengono attribuite doti guaritive ed è dunque oggetto di culto da parte dei fedeli. Attraverso la porta al lato dell'altare si accede a due piccole stanzette ove dimoravano gli eremiti.

Nel vallone sottostante

Tornando sulla balconata, nella parte centrale una scaletta porta alla base della parete di roccia nella quale è incastonato l'eremo, in breve si è al fondo del vallone, da dove si può avere una suggestiva visione d'insieme del complesso. Il fondo del vallone è caratterizzato da un singolare rivestimento calcareo plasmato dallo scorrere delle acque stagionali, c'è anche un singolare ponte di pietra che permette di raggiungere il fianco opposto della valle, nel complesso l'ambiente è davvero selvaggio, seguendo con l'immaginazione il corso della corrente si intuisce appena che la valle sfocia in una piana popolosa: qui tutto è silenzio, un piccolo mondo raccolto nell'abbraccio di due alti fianchi rocciosi, invisibile dall'esterno, aperto solo verso il cielo in alto; chissà quali emozioni avrà sussurato questo paesaggio agli uomini raccolti in preghiera nel piccolo eremo, il gorgoglio del torrente, il fischio del vento nello stretto vallone, il susseguirsi dell nuvole in alto nel cielo incorniciato dalle rocce ...


Santo Spirito a Majella

Tornando alla macchina, si prosegue per il complesso di Santo Spirito oltrepassando le pareti di roccia di Roccamorice, ben note come palestra di arrampicata, inoltrandosi nel profondo del boscosissimo vallone di Santo Spirito, il cambiamento è radicale: dalle atmosfere assolate di San Bartolomeo al fitto di una foresta impenetrabile, davvero folta quanto mai avessimo visto prima; sono faggi dai tronchi esili ed altissimi che si spingono verso l'alto vertiginosamente per venti, trenta metri, ben presto la luce del sole scompare, lasciando lo spazio ad un diffuso bagliore verdastro; la strada sembra arrampicarsi, strettissima, sul fianco di pendii impossibili, infine riesce alla luce, nei pressi di un ampio piazzale, qui si parcheggia.

Santo Spirito a Majella

Si accede al complesso monastico transitando per un ameno e fresco giardinetto: una rumorosa fontana raccoglie le impetuose acque che fuoriescono dal ventre della montagna con ritmo irregolare, intervallate da bolle d'aria che esplodono con un botto fragoroso. L'eremo, costruito in candido calcare, si adagia sul fianco di uan parete rocciosa irregolare, sviluppandosi su più livelli: la sua origine risale a prima dell'anno Mille, fu ristrutturato da Celestino V sempre intorno al 1250, poi all'inizio del 1300 fu abitato dal Beato Roberto da Salle.

Le parti più alte del complesso furono aggiunte alla fine del 1500 per opera del monaco Pietro Santucci da Manfredonia. Dopo il 1807, con la soppressione degli ordini monastici, la badia restò in particata disabitata. Si accede all'eremo percorrendo un lungo tunnel in parte scavato nella roccia, una prima parte abitativa era adibita a foresteria, proseguendo oltre la Scala Sant conduce al livello superiore e ad una prima serie di balconate e loggiati: il complesso è molto vasto ma dà un pò l'idea di abbandono, forse una guida in carne ed ossa aggiungerebbe un ausilio significativo alla visita.

Ingresso dell'oratorio della Maddalena

Attraverso una aerea scalinata si raggiunge l'oratorio della Maddalena, che custodisce una serie di affreschi (in restauro al momento della nostra visita), di qui si accede anche all'ultima serie, la più elevata, di balconate che offrono uno spettacolare panorama sul verdissimo vallone che ospita l'eremo: la vegetazione è fittissima e si aggrappa a pendii quasi verticali, in alto verso il crinale che ci separa dalla valle dell'Orfento si possono osservare interessanti formazioni rocciose, con suggestive cavità ed anfratti.

Al culmine della visuale, verso sinistra, svettano i pratoni della Majelletta, quest'oggi lambiti da pesanti nuvoloni. Tornando al piazzale d'ingresso, facciamo visita alla chiesa che custodisce un busto ligneo di papa Celestino V anche esso, come il San Bartolomeo, di fattura tipicamente popolare, ed una statua lignea di San Michele Arcangelo.

Ruderi di Castel Menardo

Riusciti sul piazzale si ha modo di osservare la strapiombante parete che fa da culla a questo romitorio, la quiete, anche qui, è assoluta: l'immensa foresta che ci circonda ci isola completemente dal mondo al di fuori, eppure a qualche centinaia di metri sopra di noi corre la strada per la Majelletta, e poco più in alto sono gli impianti sciistici ed il comprensorio turistico. Nessuna eco giunge sin quaggiù, nel grembo della montagna, solo il respiro del vento attorno alle cime degli alberi.


Sant'Onofrio di Serramonacesca

L'eremo di Sant'Onofrio si raggiunge da Serramonacesca, seguendo la strada per l'abbazia di San Liberatore e deviando prima sulla destra: si sale a svolte sino a costeggiare i ruderi di Castel Menardo poi, ad una ampia curva, una starda bianca (cartello indicatore del parco) si stacca sulla sinistra, la si può seguire sino ad uno spiazzo, poi si prosegue a piedi (circa 20 minuti). Di queste zone abbiamo già parlato quando ci siamo occupati di San Liberatore e della valle del fiume Alento.

Sant'Onofrio di Serramonacesca

Qui siamo alti sulla vallata, con bella vista sulla costa chietina ed il mare Adriatico: e tuttavia il sentiero ci porta subito in un ambiente isolato e selvaggio, quasi un isola di silenzio nel mezzo di un'area piuttosto popolata. Seguiamo il fianco di un piccolo vallone, salendo fra basse macchie, spesso su terreno pietroso anzi, in alcuni punti il sentiero è stato scavato proprio nella viva roccia. Dove la valle si restringe anche la vegetazione intorno si fa più fitta e rigogliosa poi, ad un tratto, si scorge di taglio, sulla destra, una alta parete di calcare grigo-giallastro bombato e dalle forme morbide dovute all'erosione esogena.

Ed eccolo l'eremo: ai piedi della parete una costruzione lineare, minimale ma elegante, anch'esso fuoriesce dalla roccia e quasi si fonde ancora con essa, prolungamento artificiale del riparo naturale offerto dalle pareti strapiombanti. A differenza degli altri eremi visti sinora, Sant'Onofrio non è legato alla figura di Pietro Celestino ma piuttosto alla presenza dell'abbazia di San Liberatore a Majella.

L'altare con la statua del Santo

Probabilmente si tarttava di un ritiro per i monaci della badia ed anche di una vamposto per la gestione diretta delle attività agricole e silvo-pastorali. Anche il culto di Sant'Onofrio è molto diffuso nell'Appennino centrale (un altro eremo intitolato al Santo si trova nella valle dell'Orfento): in questo caso si tratta di un eremita che, secondo la tradizione, rimase per quaranta anni in completa solitudine, fu ritrovato poi da San Pannunzio ricoperto unicamente dai capelli e dalla barba, questa è la veste con cui viene solitamente raffigurato nell'iconografia popolare (un esempio, una piccola statuina, si può trovare sopra il portale della chiesa di Anversa degli Abruzzi).

L'interno dell'eremo è molto raccolto, organizzato come una piccola cappella con i banchi per i fedeli ed un piccolo altare sovrastato dalla parete di roccia. Su quest ultimo si trova la statua lignea del Santo, anch'essa di matrice popolare.

Dietro l'altare è una cavità che costituisce il nucleo originale dell'eremo: nell'angolo sinistro è la cosiddetta "Culla di Sant'Onofrio", nicchia ove i fedeli usano sdraiarsi a contatto con la roccia per curare alcuni malanni. Accanto alla cappella ci sono altri ambienti a contatto con la parete di roccia ormai privi di interesse. Usciamo dal'eremo, avendo cura di richiudere bene il portone, e proseguiamo brevemente sul sentiero sino ad una netta curva e ad un piccolo fontanile ove sgorga un esile filo d'acqua: un tavolo e delle panche ci offrono un gradito riposo: uno stretto valloncello sembra inerpicarsi verso l'alto, chissà verso quale crinale. Il fresco delle giovani piante ci concede un pò di sollievo dalla calura estiva.