Monte Palombo (2013m) dalla Valle del Giovenco
Forse fu nel '91. O nel '93. O giù di lì. Forse fu quella volta che arrivammo dalla sterrataccia di Bisegna sull'auto del "colonnello". E il gran rapace dalle ali color castagno lento e silenzioso faticosamente decollò. Qual rapace non so. Un decollo così l'ho visto solo trent'anni fa, sbucando dal bosco sulle rovine del rifugio del Monte, sotto il Corvo.
Era primavera e ruspavamo sotto la Terratta. E, d'improvviso, l'immagine fiabesca, la distesa di crocus a perdita d'occhio. Mi abbassai per terra per coglierne meglio profondità e colore: in fondo al campo lungo dolcemente violaceo, a chiudere l'immagine, il ferro di cavallo della cresta di un monte che avvolgeva una conca morenica. Fu la prima scoperta del Monte Palombo.
La seconda fu nella torrida estate del 2003. Cercavamo una "via del fresco" e scegliemmo il Palombo. Partenza alta, strada ombrosa e, seguendo scrupolosamente le istruzioni 'del Lupo'; (A. Osti Guerrazzi, I 2000 dell'Appennino, Edizioni Il Lupo&Co., Pereto, 2002), sbucammo fuori appena sotto la cresta sommitale. Ci abbiamo riprovato nell'estate del 2009 con il pensionato Giovanni. Risultato: al momento di completare la canalina di avvicinamento alla cresta, invece del resto di mulattiera che ci aveva aiutato, ci siamo ritrovati nella jungla (la foresta di faggio si è ripresa il terreno?). Arrangiando una scadente imitazione dei vietcong, siamo sbucati fuori soltanto grazie alla protezione di san Giap. Cosa che ci ha indotto a scegliere, per il ritorno, la più lunga ma limpida via della spalla nord-est.
Ed eccoci qui, nell'umido autunno del 2009. La comitiva somiglia all'invincibile armata del cavalier norcino: "Scrimacolle" è reduce da una delicata operazione, Franco deve testare un ginocchio infortunato. Scegliamo il Palombo dallo spallone nord-est: percorso abbastanza lungo, dislivello ragionevole, avvicinamento ombroso, cresta sommitale dolce e remunerativa.
Da Pescina verso Pescasseroli percorriamo la valle del Giovenco fino all'incrocio con una sterrata sulla sinistra, a quota 1358. Dove fermiamo l'auto. Ci avviamo lungo la sterrata contemplando le devastazioni del fuoco sulla vegetazione della zona detta Creta Rossa e, dopo un po', entriamo nel bosco.
Fresca è la strada e lieve la salita, camminiamo sciolti e rilassati, attratti dal sottobosco e dalle vezzose fragoline che occhieggiano al margine del cammino. Oltrepassiamo una zona molto ombrosa, con rocce rotte da cavità e anfratti. Non notiamo nessun cartello "affittasi": dev'essere già tutto pieno.
La sterrata prosegue e qualche squarcio nella vegetazione apre vedute sulla cresta del Monte Palombo e, ad ovest, sul Monte di Valle Caprara, la montagna gemella del Palombo. Che, quando si arriva dal Passo del Diavolo, stringe la valle prima della conca di Pescasseroli.
Lasciamo sulla sinistra la biforcazione per il sentiero che va nel vallone Filarello e, in breve, siamo alla radura detta Capanna di Blasutti. Della capanna non c'è più traccia. E nemmeno del signor Blasutti. Si riconosce, perché, sulla destra, c'è una buca rettangolare, resto di un'antica pesa. Appena dopo, la sterrata piega a destra dirigendosi verso il Coppo della Polinella, il fondo del circo glaciale del Palombo. Ma noi tiriamo dritti verso est, verso la Terraegna di Pescasseroli. Il sentiero evidente sale tra faggi magnifici a scavalcare un dente roccioso e una strettoia. E si apre la conca della Terraegna, tra il piede del Palombo, il montarozzo Terraegna e la grande spalla della Montagna Grande, animata dalle rocce del valico del Carapale.
Appena entrati, costeggiamo sulla destra la conca fin quasi al fondo e, in prossimità di un paletto della recinzione ancora in piedi, accogliamo un "invito" ad entrare nel bosco. Per tagliare, in salita, la fascia di bosco che separa il prato della Terraegna dalla cresta sommitale del Palombo. Saliamo piegando a sinistra e cercando un'ampia spalla di faggeta pulita e ariosa che, lasciando a sinistra un'evidente prominenza, immette sulle radure dello spallone nord-est.
Percorriamo lo spallone a sinistra, in direzione sud, e, dopo breve tratto, siamo alla base dell'ampia costa del Palombo. E in vista della meta. La salita è piacevole, senza via obbligata e senza strappi. La vista si allarga ad ogni passo, scoprendo le vedute, a sud verso la Maiella e il Parco e ad ovest verso il Serrone e il Balzo di Ciotto. Così, distesamente, accompagnati da fiorellini e piante grasse, arriviamo al vertice del pianoro sommitale (chiamarla vetta è un po'improprio).
Qui c'è la veduta "speciale" del Palombo: l'ampia imboccatura e il taglio stretto della sottostante val di Corte e lo sguardo d'assieme sul doppio circo glaciale del dirimpettaio Monte Marsicano. Purtroppo la giornata, impregnata com'è dell'umidità delle piogge recenti, nega la giusta ricompensa all'escursionista. E con il pensionato Giovanni ci sbracciamo a giurare che lì c'è questo e là c'è quello, e che sì, li abbiamo veramente visti quando in estate siamo saliti.
Il percorso di ritorno è agevole e sereno, anche se impegna seriamente il ginocchio di Franco.
Poco oltre il bivio per il Coppo della Polinella incrociamo altri quattro viandanti. E qui avviene l'imprevedibile agnizione. Due escursioniste sono vicine di casa e amiche dei parenti di "Scrimacolle", a Gufidaun in val di Funes, sotto le Odle, in Alto Adige. Le parole chiave diventano "ramno" e "swarovski": le due signore, infatti, sono appassionate di bear watching e, in autunno, passano il tempo osservando quei ghiottoni degli orsi marsicani che si rimpinzano delle bacche del ramno, un arbusto che è facile confondere con i polloni di faggio. A debita distanza, perciò armate di poderosi cannocchiali Swarovski.
Così arriviamo piacevolmente all'auto. E ripartiamo con un'idea chiarissima: questo è un percorso che d'inverno non si può perdere. Se il global warming non ammazza l'inverno.
